Cinque cose che si imparano leggendo “Q di Qomplotto” di Wu Ming 1, cartografia della paranoia del nostro secolo

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Wu Ming 1 è uno dei fondatori del collettivo di scrittura Luther Blisset che ebbe un grande successo con il romanzo Q (di cui Einaudi, nel 2019, ha stampato una favolosa edizione illustrata per celebrare i 20 anni della prima uscita) e che, dopo essersi trasformato in Wu Ming, ha continuato a produrre romanzi, saggi, inchieste, informazione e controinformazione (soprattutto attraverso il blog Giap).

Il suo ultimo lavoro “Q di Qomplotto – Come le fantasie di complotto difendono il sistema”, Alegre Edizioni, è un’opera difficilmente inquadrabile in un genere ma che non ha bisogno di un genere che la inquadri. Uno degli obiettivi principali di questo lavoro è quello di spiegare ai lettori come funziona la magmatica realtà dei complotti come QAnon: questo produce un’opera totale che conquista alla lettura come un romanzo (senza mai scadere nello storytelling), dà spiegazioni inattese di fenomeni poco tracciabili e sfuggenti con il rigore dell’epistemologo e del semiologo e scatena la curiosità di saperne di più e approfondire i temi trattati. È una scarica di adrenalina intellettuale che all’ultima pagina fa alzare gli occhi e dire: “Ancora!”.

Wu Ming 1, al secolo Robero Bui, riesce in una delle cose più complicate che esistano: affrontare questioni complesse attingendo da fonti che possiamo definire “difficili” senza mai banalizzare, e allo stesso tempo senza mai essere oscuro. È bene ripeterlo: “Q di Qomplotto” prende, è piacevole, e si impara attraverso il piacere della lettura.

Riassumere il libro è difficilissimo: il punto di partenza è appunto QAnon, il complotto per eccellenza dell’era Trump, quello i cui vessilli con la lettera Q venivano branditi dagli assalitori del Campidoglio dopo la sconfitta del presidente americano. QAnon è il tipico figlio dell’era digitale, ma non sgorga dal nulla. Scopriremo che molto deve al libro “Q” di Luther Blisseth ma ancor di più a “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco. Scopriremo che i complottisti riadattano al 21esimo secolo strutture antiche come il falso dei “Protocolli dei sette savi di Sion” (complotto plutogiudaicomassonico) o come la persecuzione delle streghe, dei lebbrosi o, ancora, degli ebrei a partire dall’alto medioevo. Attraverso questo filo sotterraneo ritorneremo quindi ai nostri tempi e a ciò che lega il film “L’esorcista”, la new age, alcune sette e i clamorosi errori giudiziari che generarono le inchieste su Marco Dimitri dei Bambini di Satana e quella denominata “Veleno” nell’Emilia degli anni ’90 (recentemente tornata agli onori delle cronache, come spiega oggi Repubblica con un articolo di Valeria Teodonio) molto prima di Bibbiano. C’è spazio anche per approfondire come la pandemia abbia favorito il complottismo e i modi più sbagliati per opporsi ai complotti.

Wu Ming 1 ci dice molte cose importanti e due probabilmente sono importantissime. La prima è che anche se i complotti non esistono, ci sono davvero verità che chi detiene il potere non ha alcun interesse a dire, per continuare a maniploare l’opinione pubblica e i consumatori. I complotti, in questo senso, sono la cortina fumogena del potere, ovvero del capitalismo nella sua attuale incarnazione: Facebook, Amazon, Google, Twitter e tutti coloro che vivono delle nostre paranoie e paure, vendendo algoritmi che ci rendono dipendenti dalle nostre ossessioni. Oppure sono branditi dal potere (come Trump) per scagliare l’odio contro i propri nemici.

La seconda è che per smontare un complotto non serve a niente mettersi sui piedistalli, indossare l’ermellino della competenza ed elargire la verità sulla base del proprio essere uno scienziato, un industriale, un magistrato, un virologo, uno che ci sbatte in faccia che lui sa “quello che le persone normali ignorano”. Solo William Davies con il suo ‘Stati nervosi’ ha affrontato in modo altrettanto efficace questo nuovo conflitto della modernità. Wu Ming 1 ci fornisce una tassonomia e una semiologia dei complotti, che sono un fenomeno umano e solo se conosciuti possono essere svelati. Cosa bisogna fare allora? Lo vedremo qui sotto.

In conclusione, ecco 5 delle tante cose che si imparano leggendo “Q di Qomplotto”:

  1. Che molte delle stragi che periodicamente avvengono, soprattutto in USA ma anche altrove, sono determinate da cosa può succedere a una persona fragile e instabile quando entra nel tunnel dei complotti.
  2. Che i complotti vengono costruiti sfruttando lo stesso meccanismo di dipendenza del gioco d’azzardo. Chi commercializza il web ha interesse a creare una tossicodipendenza, e i complotti sono roba buona. Si chiama gamification. 
  3. Che il debunking, ovvero lo smascheramento delle fake news e delle narrazioni tossiche, funziona solo se chi lo pratica crea una magia e un’empatia con il pubblico. Solo se non è fondato su un rapporto di potere aggressivo tra chi sa e chi non sa. Per sconfiggere una bella storia falsa ci vuole una bella storia vera.
  4. Che con una fantasia di complotto installata nella mente potente sbagliata  è molto facile rovinare la vita di persone innocenti.
  5. Che il Paul McCartney ancora vivo è quello vero, e non il suo sosia.

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