Questa settimana si è conclusa la tredicesima edizione di MasterChef Italia, il più importante cooking show in un palinsesto televisivo dove a volte si ha davvero l’impressione che pensiamo solo a mangiare e a cantare.
Da appassionato di cucina ho sicuramente apprezzato il cambiamento impresso a MasterChef negli ultimi anni, anche grazie ai tre attuali giudici Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli. La componente un po’ bullista e nevrotica delle prime edizioni ha lasciato il posto a una gara dove la cultura del cibo è valorizzata nei suoi aspetti più sostenibili ed inclusivi, lasciando spazio alla creatività dei cuochi dilettanti senza riprodurre le dinamiche tossiche che ormai sappiamo essere frequenti nel settore della ristorazione.
Quest’anno poi abbiamo assistito a una vera svolta, rappresentata sia dalla presenza di chef e produttori di ogni latitudine geografica e biotipica (dal Brasile alla laguna veneta, dal Medioriente alla campagna toscana, dall’Africa alle aziende agricole innovative dell’Umbria) sia dalla scelta dei 20 partecipanti, tra i quali alla fine ha prevalso la giovane livornese Eleonora Riso. Una ragazza ribelle, che si definisce rappresentante dei disagiati e che oltre alle grandi doti gastronomiche ha conquistato il pubblico per la sua capacità di risolvere le proprie fragilità nel prendersi cura di una cosa così umana e calda come il mettersi a tavola. Valori che si sono ritrovati nel menù della finale, ispirato dal Giappone sia nei sapori e nelle tecniche che nella filosofia. Il titolo era infatti ichi-go ichi-e, che significa la capacità di valorizzare l’attimo, il momento possibile ma irripetibile.
L’8 marzo uscirà il libro di ricette di Eleonora Riso, ma la sua stessa storia meriterebbe un libro. E libri che parlano dei sogni e degli incubi delle cucine ce ne sono molti e ci piace suggerirne alcuni, perché alla fine è vero che siamo quello che mangiamo.
Cucine da incubo
Le cucine possono essere un incubo, soprattutto per chi ci lavora. Il mondo della ristorazione è uno di quelli dove le nuove logiche dello sfruttamento sono più feroci, sia nelle iper competitive brigate dei ristoranti stellati, sia nelle pizzerie, i locali per turisti nelle riviere, i fast food. Non è un caso quindi che sia proprio in questo settore che siano più acuti i fenomeni di burnout e di abbandono volontario del lavoro studiati da Francesca Coin in “Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita“, dove si spiega tra l’altro come le brigate delle cucine siano l’applicazione di un modello autoritario militare. Che i ristoranti assomiglino spesso a un inferno lo racconta poi Alberto Prunetti, che della letteratura working class è protagonista e studioso, in “108 metri. The working class hero“.
Esperienze che troviamo condensate nella magnifica e pluripremiata serie tv “The Bear”.
Ma gli incubi possono essere anche seducenti e nascondersi dietro lo sfarzo più assoluto, come spiega Sara Porro in “La notte in cui tutto divenne gourmet”, breve e potente pamphlet uscito nella collana ‘Quanti’ di Einaudi, disponibile solo in ebook. Perché se la rivoluzione non è un pranzo di gala, la lotta di classe si fa prima di tutto a tavola e nelle pizzerie dove le esigenze del marketing portano una Margherita a più di 15€.
Cucine da sogno
Eppure la dimensione del mangiare insieme, del companatico, è una delle specificità dell’essere umano. Nel cibo, nelle ricette che viaggiano e si mescolano, nelle materie prime e negli ingredienti, c’è tutta la ricchezza delle diversità che si incontrano, la forza delle radici, l’ecologia del quotidiano.
Per questo cibo e narrazione sono indissolubilmente intrecciati. Lo dimostrano ad esempio i magnifici lavori di Suketu Metha sulle migrazioni “Questa terra è la nostra terra” e “La vita segreta delle città“. Per questo il cibo può essere emancipazione, come nell’ormai classico romanzo di Roddy Doyle “Due sulla strada“.
E il cibo è spesso memoria e stare bene, come abbiamo visto nel nostro recente articolo. Non è un caso quindi che Eleonora Riso, per vincere a MasterChef, si sia ispirata al Giappone, cucinando proprio come fanno nel loro ristorante di Kyoto i protagonisti dei libri di Kashiwai Hisashi. E, a proposito, è appena uscito il secondo volume della serie, “Le piccole storie della locanda Kamogawa”. In Sol Levante, il cibo è nutrimento non solo per il corpo ma anche per l’anima in “Sushi misto dopo l’amore” di Mitsuyo Kakuta. D’altronde, è così anche per i partecipanti del cooking show che in cucina riversano emozioni, ricordi e passioni.
Il Giappone, infine, ci ricorda che cucinare, proprio come raccontare, è anche gioco e divertimento. Se anche voi la pensate così, vi consigliamo di perdervi nelle ricette del cuore di Chef Hiro raccolte in “Hiro Cartoon Food“.
Buone letture e… buon appetito.


