di Valentina Bocchino e Simone Farello
Se siete lettori attenti, scommettiamo che avete fatto caso al vero e proprio boom di libri “rassicuranti”, spesso giapponesi, che stanno invadendo gli scaffali delle librerie. In poche parole, libri “feel good”.
Sono veri e propri comfort books, o libri “che fanno stare bene”, quasi tutti con alcune caratteristiche comuni: la gioia da ritrovare nelle cose minute, la tenerezza di gesti semplici che fanno stare meglio, dettagli che nascondono storie da scoprire. E, soprattutto, dietro le storie ci sono le persone con i loro trascorsi, segreti, esperienze e speranze. Diverse case editrici stanno costruendo veri e propri filoni con questi libri e come sempre, quando siamo di fronte a una moda, è importante capire da dove venga perché comprenderlo ci dice molto di noi.
Tre esempi di libri giapponesi “che aiutano a stare bene”
Per analizzare questo fenomeno è importante sottolineare prima di tutto che non siamo di fronte all’ennesima ondata new age, a miti di auto-miglioramento o spiritualità a buon mercato.
Prendiamo ad esempio “Le ricette perdute del ristorante Kamogawa” di Kashiwai Hisashi (Einaudi, 2023): un piccolo locale che aiuta i clienti a ricostruire le ricette perdute. Dietro a ogni piatto si nascondono storie a volte dimenticate da riscoprire, cose non dette che verranno affrontate, e dal ristorante si esce, se non più felici, certamente più leggeri d’animo.
Il cibo come nutrimento non solo per il corpo ma anche per l’anima è un tema affrontato anche in “Sushi misto dopo l’amore” di Mitsuyo Kakuta (Rizzoli, 2022): in questi mini racconti concatenati, ogni personaggio scopre o riscopre una ricetta che per diversi motivi lo aiuta a sentirsi meglio. C’è il fratello che aiuta la sorella – che sta iniziando a mostrare i primi segni di disturbi dell’alimentazione – a confidarsi preparando la pizza insieme, il vedovo che trova un nuovo scopo andando a un corso di cucina, la ragazza che chiede alla madre del fidanzato la ricetta di un piatto speciale di cui lui le parla sempre. Ogni preparazione “libera” ricordi, sentimenti e un nuovo modo di vedere le cose.
Così anche “Stanze parlanti” di Genki Kawamura e Marie Kondo (sì, quella del “magico potere del riordino”), edito da Einaudi a ottobre 2023: qui non si parla di cucina bensì di stanze. Ogni alloggio ha il potere di dirci molto sugli inquilini, e la protagonista del libro che riordina le case degli altri, proprio come Marie Kondo, scopre che spesso i motivi del disordine si celano nell’animo dei suoi clienti, e la storia di una stanza coincide con quella di chi la abita.
Perché ci piacciono questi libri
Ci sono anche molti altri esempi che potremmo fare, ma in sostanza la domanda che ci siamo posti è: perché questi libri ci piacciono così tanto? Cosa ha fatto sì che questa moda attecchisse così bene anche qui da noi? Una delle considerazioni che abbiamo fatto è che un popolo che legge libri “che fanno stare bene” è un popolo che cerca nella lettura un conforto che nel proprio quotidiano, evidentemente, non riesce a trovare.
Non fraintendeteci: questi libri sono piaciuti anche a noi e, anche se non vuol dire che stiamo per forza male, è un segnale di una asimmetria tra le nostre aspettative e la realtà.
La gioia nelle piccole cose
In generale possiamo dire di questi libri che il perno non ruota quasi mai intorno a una trama molto movimentata. Sono piccole storie quotidiane, piccoli gesti, piccole cose che però sono in grado di darci sollievo perché parlano di persone alla ricerca di un riscatto o, più semplicemente, di una consolazione. E che spesso, attraverso il fil rouge del libro (il cibo, un locale, il riordino ecc.) ritrovano la serenità perduta.
Il segreto è forse il lieto fine? No, non sono libri di fiabe. La sensazione di benessere non deriva da un imminente futuro felice, ma dall’elaborazione e dal superamento di un evento che creava malessere. Se non c’è un fantastico “e vissero per sempre felici e contenti”, c’è un molto più credibile “compresero e vissero sereni”. Anche per questo ci sentiamo vicini a questi racconti.
La rottura di una solitudine che ci riguarda sempre più da vicino
Ma soprattutto, quello che unisce tutte queste storie è la vera condivisione con gli altri, la rottura della solitudine attraverso il rapporto con altre persone. In un ambiente digitalizzato e “virtualizzato” sino alle estreme conseguenze, dove le solitudini sono sempre più numerose nonostante o forse a causa dell’overdose di contatti e comunicazioni, il mangiare insieme, il frequentare librerie e librai respirando l’odore della carta, il rimodellare la propria stanza insieme a chi la vede la prima volta, diventa un atto profondamente liberatorio.
Forse è una cosa in qualche modo tipica di un Giappone che vive a ritmi alienanti: ma quei ritmi assomigliano sempre di più ai nostri.
“Avrebbe potuto succedere” e un concetto differente di felicità
Su Netflix tempo fa abbiamo trovato un programma giapponese pazzesco: “Avrebbe potuto succedere”. Sembrava una delle solite follie nipponiche: una persona raccontava la sua storia davanti ad alcuni “giudici” che alla fine decidevano votando se una determinata circostanza avrebbe potuto succedere. Un esempio concreto? L’uomo che ricorda un flirt giovanile mai andato in porto, e chiede ai giudici se secondo loro – dopo aver raccontato tutta la storia – quella ragazza era davvero innamorata di lui. Insomma, la fiera del proverbio “del senno di poi son piene le fosse“. Che senso ha rivangare il passato per cercare di capire se una determinata situazione avrebbe potuto prendere un’altra piega?
Prendiamo sempre lo stesso esempio: dopo aver attentamente ascoltato la storia, i giudici alzano le loro palette e decidono che sì, avrebbe potuto succedere. Se solo lui si fosse confessato, lei gli avrebbe detto sì. E questo, anziché frustrare l’uomo, lo riempie di gioia. Noi occidentali parliamo di occasioni sprecate, ma in queste storie nessuna occasione è sprecata ma è un’esperienza che abbiamo vissuto, che fa parte di noi e che ci fa capire qualcosa.
Infatti quando abbiamo visto questo programma per la prima volta abbiamo riso trovandolo bizzarro e basta. Ma, soprattutto dopo il nostro viaggio in Giappone, abbiamo capito che le filosofie e i canoni di felicità non sono uguali in tutto il mondo: perché l’uomo di cui sopra era felice? Perché era riuscito a togliersi un tarlo che probabilmente lo attanagliava da anni, era riuscito a elaborarlo. Lui aveva il valore, le capacità e le carte in regola per farsi dire di sì. E dopo il verdetto il ricordo non emana più tensione ma dolcezza, ed è pronto per essere riposto nella scatola della “nostalgia felice” di cui i giapponesi vanno matti e di cui sono pieni, ad esempio, i finali dei romanzi di Murakami Haruki.
Un invito a prenderci cura di noi
Questo parla a noi occidentali adesso più che un tempo, perché la nostra ossessione per l’accumulazione, il nuovo, l’abbondanza ha raggiunto un livello di saturazione che ha un nome molto semplice: stanchezza. E se si è stanchi ci si riposa, e per riposarsi bisogna togliere e non aggiungere, svuotare e non riempire, dedicarsi al dolce ritmo della ritualità e e non alla frenesia delle novità continue che alla fine deludono sempre. La cultura giapponese non è conservatrice ma apprezza ciò che si impara con l’esperienza e ciò di cui ci si prende cura a lungo: ed è questo invito a prenderci cura di noi che ci fa amare queste storie, delicate ma per nulla fragili.



