Tre buoni motivi per leggere “Abbandonare un gatto” di Murakami Haruki

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Magico Murakami, sempre una garanzia


Anni fa, prima ancora di aprire questo blog, decisi di acquistare – un po’ sull’onda del grande successo – “Iq84” di Murakami. Lo scolai, e da allora iniziai a leggere i libri di Murakami tutti d’un fiato. Mancava alla collezione “Abbandonare un gatto” (Einaudi, 2020), ho rimediato quest’anno. Ecco tre buoni motivi per leggerlo:

1 Perché non è un romanzo, è un breve memoir. È un Murakami inedito che parla di suo padre, della sua storia, del suo rapporto con lui, di come si sono interrotti lentamente i contatti, un modo per omaggiarlo dopo la sua scomparsa, nonostante tanti anni di silenzio. Tutti questi ricordi, sostiene lo scrittore, gli sono rimasti a lungo come una spina in gola. Fino a quando, per caso, si è rammentato un aneddoto relativo a un gatto: allora qualcosa si è sbloccato, e gli ha permesso finalmente di esprimere su carta i propri sentimenti in un racconto toccante e sincero.

2Ma perché leggere un libro che, tutto sommato, parla degli affari dell’autore? Ovviamente per come viene raccontato: le riflessioni di Murakami – intrise di quella delicatezza tipica della letteratura giapponese – partono dalla sua storia privata ma finiscono per diventare universali, a ogni capitolo c’è qualche spunto per pensare alla storia (e al dovere di proseguirla), alla famiglia, alla guerra, al destino.

3 Si legge davvero in pochissimo tempo, qualche ora, e parla di episodi diversi: è una lettura facile e ideale per quando si va in giro, poco più di 70 pagine rese fresche anche dalle illustrazioni di Emiliano Ponzi, uno degli illustratori italiani più premiati al mondo.

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