“La Torre” di Bae Myong-Hoon: l’utopia dentro la distopia

SUL LIBRO

Non tutto deve necessariamente andare male nella fantascienza: c'è ossigeno, nel futuro, e quell'ossigeno siamo noi

Di fronte alla collana ‘Asia’ della casa editrice torinese Add, è forte la tentazione di non lasciarsi sfuggire nemmeno un titolo. Anche perché è facile essere sorpresi in positivo, come è successo con ‘La Torre’ (2022) dell’autore sud coreano Bae Myong-Hoon, con la bella traduzione di Lia Iovenitti e l’affascinante copertina di Lucrezia Viperina. Un’opera imperdibile, anche per chi non è appassionato di fantascienza.

La trama, in breve

il libro è composto tra sei racconti intrecciati tra di loro, e da due suggestive appendici. Al centro di tutto c’è il grattacielo di 674 piani, la “torre Beanstalk”, abitato da più di mezzo milione di persone e assurto a rango di Stato autonomo. In questo pianeta nel pianeta dove la frontiera è il 25° piano, si sviluppano particolari reti di potere e di strutture sociali in cui l’Istituto di Ricerca sui Poteri Invisibili o l’Unità di non pianificazione devono garantire la sopravvivenza della Torre dagli attacchi esterni di Cosmomafia, mentre cresce di intensità il conflitto tra chi manovra gli ascensori, i verticalisti, e chi garantisce la mobilità sui piani, gli orizzontalisti. Ma Beanstalk è soprattutto un grattacielo mondo dove le persone lavorano, amano, tramano, sognano e si raccontano.

Ci sono almeno tre buoni motivi (o, meglio, piani) per leggere “La  Torre”, oltre al fatto che, come direbbe il fumettista Sio, c’è anche un cane (un cane famose, che viene pure intevistato).

1. La straordinaria capacità di immaginare un mondo possibile 

Quanti mondi futuribili abbiamo già letto? La fantascienza è sempre sulla soglia dell’esaurimento delle proprie possibilità, ma Bae Myung-Hoon riesce in una difficile impresa: la Beanstalk è sorprendente ma allo stesso tempo familiare. Ciò che viene immaginato è un tempo dove il linguaggio e i rapporti di potere sono più importanti della tecnologia per costruire un mondo. Un tempo in cui la globalizzazione si è scomposta e i grattacieli-stato sono agognati e invidiati.

Come nella migliore fantascienza molto viene poi lasciato alla nostra immaginazione: perché quel futuro potrebbe essere il nostro.

2. 674 piani di personaggi e storie

Raccontate sia in prima che in terza persona, le sei storie della Beanstalk ci trascinano nella loro trama divertendo ed emozionando. Sono storie di scienziati, di amori tormentati, di spie, di bombe, di elefanti usati per sedare rivolte che diventano Buddha.

Storie che attingono al nostro presente esasperandolo: l’ossessione per il lavoro e la concorrenza, la smaterializzazione del potere, le solitudini, l’avidità del capitale, la paura per il fuori da noi e la paura di scendere in strada dei suolofobici, per cui il grattacielo è l’unico mondo possibile.

3. L’utopia dentro la distopia

Mi aspettavo un’opera cupa come “Il condominio” di J.C. Ballard, un mondo dominato dall’ossessione per la sorveglianza e che divora i suoi abitanti. Invece ho scoperto una fantascienza capace di vedere il futuro come una dimensione densa di possibilità e non come un inevitabile destino. La Beanstalk è contraddittoria: i suoi abitanti la amano e la odiano ma, soprattutto, combattono per la sua anima, perché il mondo dove vivono sia adeguato alle loro idee. Quasi tutte le vicende raccontate sono risolte dalla solidarietà, l’empatia, la capacità di rispondere alle avversità con la speranza e l’amore. Bae Myung-Hoon, con la sua scrittura ironica e delicata, di dice una cosa bellissima: c’è ossigeno, nel futuro, e quell’ossigeno siamo noi.

 

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