Seguiamo l’autrice argentina Samanta Schweblin da diverso tempo e già in “Kentuki” e “Uscita di sicurezza” avevamo apprezzato una scrittura tra le più innovative della narrativa contemporanea. Se ne è accorta anche Einaudi, che ha recentemente pubblicato, nella bella traduzione di Maria Nicola, “Il buon male”, raccolta di sei racconti tanto potenti quanto fuori dagli schemi.
É impossibile rinchiudere Samanta Schweblin in un genere: è sicuramente influenzata dal realismo magico sudamericano, soprattutto quello di Julio Cortazar, ma ha una vena dark declinata in modo unico che le permette di proporre storie sempre al limite tra il reale e il fantastico. Sia che affronti il ritorno a casa di una donna dopo che si è affogata o il difficile rapporto tra un padre e il figlio che sotto la sua custodia ha ingoiato una batteria riportando lesioni permanenti, oppure la strana irruzione di un istruttore di fitness nella casa di una madre in attesa di una figlia che forse non tornerà mai a casa o, ancora, l’elaborazione di lutti molto diversi di persone molto diverse perseguitate da fantasmi e presenze, i racconti de “Il buon male” riescono sempre ad esprimere una tensione così insopportabile che, come diceva Oscar Wilde, non si può che sperare che duri.
Opere come questa sono il modo migliore per dimostrare che nei racconti brevi ci può essere tanta vita quanto nel più lungo dei romanzi e, spesso, una scrittura più audace. Ma, per provare a essere più convincenti, vogliamo darvi altri tre buoni motivi per leggere “Il buon male”.
1. Traumi che decidono le trame della vita
Al centro dei racconti di Samanta Schweblin c’è sempre un evento traumatico radicale: una scomparsa, una morte, una malattia. Questi eventi aprono delle fratture e quello che accade alle persone quando devono scegliere come affrontarle. Su queste soglie i destini mutano di segno e, soprattutto, abitano numerosi fantasmi (che spesso assumono la forma di un animale). Ci sono le paure, dunque, i rimorsi e i rimpianti e, soprattutto, le possibilità di consolazione.
La cosa straordinaria di queste storie è che inquietano e tengono in apprensione ma, alla fine, si spalancano su orizzonti di libertà e pace: un’inquietante meraviglia.
2. Il dono dell’accettazione
Cosa rende eccezionale un racconto come “La metamorfosi” di Kafka? La normalità con cui tutti i protagonisti si pongono di fronte al fatto che una persona si è svegliata nel corpo di uno scarafaggio. Samanta Schweblin fa succedere cose stranissime a persone con una vita normale, e l’unico modo per fare i conti con l’apparentemente inspiegabile è accettarlo, elaborarlo dentro di sè, farlo diventare la propria storia.
E la vera maestria dell’autrice consiste nel portare anche il lettore in questa dimensione sospesa, sfidandolo a mettersi in gioco, a farsi domande, a prendere atto che la vita, per quanto assurda possa essere, è questa cosa che ci accade ogni giorno.
3. La forza dei legami umani
I protagonisti dei sei racconti sono amiche e sorelle, genitori e figli che devono fare i conti con eventi che mettono in discussione i loro legami. Davanti a loro si apre il vuoto della perdita e la necessità di colmarlo dandogli un senso, anche quando senso sembra lontanissimo o assurdo. Capiamo così come possa essere buono il male: perché rende evidente la nostra provvisorietà e ci permette di comprendere cosa è davvero importante.
Samanta Schweblin non riserva ai propri personaggi – e a noi – un lieto fine, bensì delle intense illuminazioni, uno sguardo più chiaro. Esiste un dono più prezioso?









