Torna in televisione la serie tratta dalla quadrilogia de “L’amica geniale” di Elena Ferrante e, puntualmente, tornano le polemiche sull’dentità dell’autrice, nascosta da anni dietro un rigoroso anonimato.
Una scelta che infastidisce molti, assillati non tanto dalla legittima curiosità e dal desiderio di svelare il segreto, ma da una particolare forma di rancore, che è purtroppo il peccato capitale che contraddistingue la nostra epoca. La ricerca dello scoop, del primato nel smascherare l’eroe, non avrebbero nulla di male, come ci insegna la letteratura stessa (la “vera indentità” di Arsène Lupin o di Spiderman sono, ad esempio, un fulcro della forza e della resistenza di questi personaggi), se si limitassero alla sfida in sé. Invece l’intento degli indagatori spesso sconfina e l’obiettivo diventa porsi al di sopra del mistero, e di poter usare la persona per spiegare i testi, per poterli spiegare meglio di chi li ha scritti.
L’accanimento di chi pretende di aver già detto la verità su chi sia Elena Ferrante si nasconde infatti dietro due presupposti:
- abbiamo diritto di sapere, perché l’anonimato di Elena Ferrante è un perfido complotto della casa editrice e/o per motivi di marketing;
- abbiamo diritto di sapere, perché se non sappiamo chi sia Elena Ferrante, non possiamo capire sino in fondo la sua opera.
“L’anonimato di Elena Ferrante è un complotto per motivi di marketing”
Sul primo assunto mi permetto di dubitare. In un mercato culturale in cui l’immagine non è tutto ma quasi, l’assenza di un volto da esibire in talkshow, tour firmacopie e campagne selfie per molti aspetti limita le potenzialità commerciali di un’autrice invisibile. È legittimo pensare che senza la serie tv l’impatto di massa di Elena Ferrante, scrittrice di grande presa ma di certo non semplice (sarebbe sufficiente leggere lo scoramento di molti lettori arrivati ai libri dal film), sarebbe di gran lunga inferiore. Paradossalmente, poi, le accuse agli editori di e/o sono il principale moltiplicatore mediatico di questa vicenda: chi critica, a volte cade nella propria stessa trappola. E lo fa per mettersi al centro della scena (tipico sintomo del rancore) e, in questo caso, anche per quella nostalgia dell’autore che caratterizza molti addetti culturali. Quando l’autore rinuncia al suo potere, come la Ferrante o come Thomas Pynchon (che firma i suoi romanzi ma non si fa vedere in pubblico o fotografare da… mai), per qualcuno è insopportabile: perché non esercitano il potere che loro vorrebbero e di cui, forse, non sono all’altezza.
“Se non sappiamo chi sia Elena Ferrante non possiamo capire l’opera”
Sul secondo assunto invece non ho esitazioni. Sapere chi sia Elena Ferrante (è napoletana o no? È donna o uomo? È ebrea?) non aggiungerebbe o toglierebbe molto alla sua opera e al giudizio della sua scrittura in quanto tale. Quando ho lavorato su Carlo Emilio Gadda per la tesi di laurea mi sono imbattuto in numerosi testi che spiegavano la sua opera insistendo sulla possibile omosessualità repressa dell’autore. Dopo averci pensato a lungo decisi che l’orientamento sessuale di Gadda era del tutto ininfluente rispetto allo studio del suo stile e della sua lingua. Leggere i testi usando come metro di interpretazione la biografia e la condizione di chi scrive è un esercizio che spesso – e penso che questo sia uno di quei casi – nulla ha a che fare con quei testi e, di fatto, con la lettura. Nei migliori dei casi è un difetto di sovrainterpretazione, nei peggiori è superficiale morbosità.
Elena Ferrante ha una scrittura potentissima, che affronta le relazioni tra il nostro essere pensanti e il nostro essere rinchiusi in un corpo in relazione con altri corpi (umani, urbani, sociali) con un’acutezza che sfiora il fragore. È una scrittura che attrae e respinge, ma alla fine trattiene perché sopra tutto questo ci sono storie dall’intreccio coinvolgente. Infine, se c’è una cosa che tutte queste discussioni eludono, è il contenuto politico dei libri di Elena Ferrante, che nel ciclo del “L’amica geniale” e ne “La vita bugiarda degli adulti” parla di rapporti di classe e sociale esponendone tutte le complessità attraverso lo spessore di personaggi mai monodimensionali. Un tratto che nella stagione della serie tv dedicata a “Storia di chi fugge e di chi resta” emerge, finalmente, anche nella trasposizione televisiva.
A me piace pensare che Elena Ferrante sia l’autrice che scrive, su richiesta della sua amica, il libro che il personaggio Lenù non riesce a scrivere, come Lila le rimprovera più volte. E di chi sia la vera Elena – se Ferrante o Greco – non mi importa nulla.



