La mitologia moderna dello sport: “Rivali – Sfide leggendarie che hanno cambiato lo sport”

SUL LIBRO

Dieci reportage, dieci perfetti esempi di scrittura non fiction: il taglio è giornalistico ma il ritmo e il pathos sono narrativi

Dopo “La caduta dei campioni – Storie di sport tra gloria e l’abisso”, gli autori e le autrici della rivista on line “L’Ultimo Uomo” tornano con “Rivali – Sfide leggendarie che hanno cambiato lo sport”, ancora per Einaudi, proponendo ai lettori dieci reportage che spaziano dal tennis all’automobilismo, dall’immersione in apnea al calcio, dal basket alla ginnastica artistica, dal nuoto alla boxe all’atletica leggera. Sono dieci perfetti esempi di scrittura non fiction: il taglio è giornalistico ma il ritmo e il pathos sono narrativi. Del resto, quando si racconta una storia, l’inquadramento di genere passa in secondo piano rispetto alla forza del racconto.

Nel primo volume il filo rosso era quello del fallimento e, in alcuni casi, del riscatto. Ed è stato particolare vedere che agli ultimi mondiali ed europei di nuoto una delle atlete raccontate, Rūta Meilutytė, è risorta dall’abisso dove il libro l’aveva lasciata. In “Rivali” è invece la contrapposizione tra due campioni o campionesse: un classico dello sport, che vive di grandi sfide corpo a corpo, non solo nelle discipline individuali. Ciò che accomuna i due libri è, oltre all’ottimo lavoro di approfondimento e alla qualità della scrittura, la composizione di un pantheon mitologico dello sport; un’epica che ha come eroi persone reali, che molto spesso chi legge ha visto in azione, parteggiando, tifando, immedesimandosi.

“Rivali” segna però un netto salto di qualità, in particolare per tre buoni motivi.

1La prima raccolta era molto “calcistica”, qui invece gli sport affrontati sono molto vari e pur attingendo da storie generalmente celebri, vengono portati alla luce particolari poco noti, che mostrano il lato profondamente umano sia dei campioni rappresentati che del significato profondo della rivalità: è il tuo avversario che ti rende quello che sei. La rivalità è un legame, una relazione, e descrivere la rivalità significa far emergere il significato antropologico e sociale dello sport. Questo è vero soprattutto quando la dimensione sportiva assume un rilievo politico, come nel caso di Muhammed Alì/Joe Frazer o di Billie Jean King/Margaret Smith Court (probabilmente la storia più interessante). Oppure quando è in gioco la stessa esistenza, come nelle sfide Alain Prost/Ayrton Senna e Enzo Maiorca/Jacques Mayol.

2È molto interessante la scelta di inserire storie di rivalità “spazio-temporali”, ovvero di campioni che pur appartenendo a periodi storici diversi si sono trovati ad essere oggetto di continui confronti. Nello sport il mito dell’erede è fondamentale: sia perché l’esperienza dello sport è sempre il racconto dei suoi eroi viene tramandato; sia perché ogni generazione di tifosi attende sempre il proprio messia. Inoltre, quante volte ci è capitato di discutere su chi sia stato il più grande di tutti i tempi? Possono quindi sfidarsi Pelè e Maradona e Michael Jordan e Kobe Bryant.

3Uno dei sentimenti che più emerge è quello dell’ossessione. Non solo per la vittoria, ma per la competizione in quanto tale. Spesso i rivali hanno nel loro antagonisti la ragion d’essere del restare nelle competizioni e quindi nella vita. Lo si vede bene nella rivalità tra Michael Phelps e Chad La Clos, in un testo mirabile per la sua capacità di allargare la visuale a sfide che coinvolgono più di due protagonisti, oltre a sondare l’eterno mito dell’outsider. O nella storia di John McEnroe/Björn Borg. Le storie di Nadia Comanci/Nellie King e di Usain Bolt/Justin Gatlin affrontano invece aspetti più ancestrali come il confronto tra vecchi e giovani e tra il buono e il cattivo: ossessioni, anche queste. Che ci appartengono, ed è il motivo per cui lo sport è così importante per molti di noi.

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