I libri kawaii (il termine nipponico per dire grazioso/tenero/carino) stanno inondando gli scaffali delle librerie italiane. Molti di questi, poi, parlano di gatti o di cucina. Siamo di fronte a una moda, a una nuova ondata del soft power culturale giapponese, e come sempre il rischio è essere sepolti da prodotti standardizzati se non addirittura mediocri. Ma “Le ricette perdute del ristorante Kamogawa” (Einaudi, 2023, nella accurata traduzione di Alessandro Passarella) del giornalista e sceneggiatore Kashiwai Hisashi è una raccolta di racconti di straordinaria bellezza, che intorno a uno spunto narrativo molto semplice riesce a costruire personaggi e storie che scaldano come il tepore della locanda più accogliente.
La trama, in breve
Il ristorante Kamogawa è nella vecchia Kyoto, e non è facile trovarlo. Non ha insegne e anche se avete letto l’annuncio sulla rivista “Primavera e autunno in cucina” lo riconoscerete solo se è destino. Quando entrerete, scavalcato il gatto Pisolino, il cuoco Nagare vi servirà quello che lui decide e poi sua figlia Koishi raccoglierà la vostra testimonianza nell’ufficio investigazioni. Sì, perché chi va al ristorante Kamogawa lo fa per chiedere di ricreare un piatto del suo passato e per fare questo deve lasciare degli indizi. Dopo due settimane tornerà al ristorante e scoprirà se Nagare è riuscito a realizzare il piatto richiesto.
Nelle sei storie di questa raccolta vedremo dunque Nagare ricostruire sei ricette per un primo ministro, una donna divorziata, un ex collega del cuoco rimasto vedovo, l’amica di una cliente abituale, un amministratore delegato e una ragazza che piange ogni volta che mangia un buon piatto. Scopriremo così le storie legate a questi personaggi: perché nei piatti che cercano c’è molto di più che un sapore.
“Le ricette perdute del ristorante Kamogawa” è un inno alla gioia della semplicità. Comunica sentimenti senza sentimentalismo e inoltre ha altri tre ottimi ingredienti per cui merita di essere gustato.
1. Sherlock Holmes in una cucina di Kyoto
I racconti migliori di Sherlock Holmes erano brevi. I sei racconti di Kamogawa sono brevissimi e anche per questo godibilissimi. Quando Nagare risolve il caso, cucinando la ricetta perduta per il suo cliente, spiega come ha usato gli indizi in modo veloce ed essenziale, dandoci tutto il piacere della soluzione senza gli infiniti dettagli della ricerca. Quello che ci affascina, poi, proprio come nei gialli dei pionieri, è la ritualità: Nagare e Koishi fanno sempre le stesse cose, ma le fanno perfettamente e rivelandoci che le cerimonie sono tra quelle cosa che il nostro tempo disperato e disperante rimuove, promettendoci novità nel futuro e negandoci quella meravigliosa cosa che è l’abbandonarsi al gesto familiare e ripetibile della ripetizione: perché è lì che brillerà la sorpresa.
2. La riscoperta di un sentimento dimenticato
Ad emergere nei sei racconti sono sempre le esperienze di vita che si nascondono dietro i piatti e la soluzione del caso è quindi sempre la scoperta di un segreto interiore, la rivelazione di una storia, l’apertura di una possibilità futura. Il cliente scoprirà sempre qualcosa di sé ottenendo così quel sentimento così trascurato che è la consolazione. Nelle meraviglie del cuoco ed ex poliziotto Nagare non c’è quasi mai la cancellazione del dolore, ma la via per dargli un senso e andare oltre, un po’ come abbiamo visto anche in “Sushi misto dopo l’amore” di Mitsuyo Kakuta. In quella cosa così materiale che è il cibo, Hisashi riconosce quella cosa così immateriale che è la vicinanza a se stessi e agli altri.
Si dice che i giapponesi siano aridi: qui si capisce che sono solo ricchi di un’umanità diversa dalla nostra. Da scoprire, come un ingrediente ignoto.
3. Una lettura che stimola tutti i sensi
Descrivere odori e sapori è la cosa più difficile. Ma Hisahi ci riesce, con parole che ci portano nelle ricette. E se non sentiamo i gusti, li vediamo – come succede ai clienti che devono attraversare un corridoio in cui sono esposte le fotografie di tutti i piatti di Nagare – e li collochiamo nello spazio, perché la ricostruzione di ogni ricetta passa per dei viaggi in Giappone che il cuoco disegna su delle mappe. Uno stratagemma narrativo di grande efficacia che ci fa sentire ancora più vicini ai sei personaggi di questi racconti con cui vorremmo metterci a tavola: al ristorante Kamogawa di Kyoto, sperando che sia destino.




