Joyce Carol Oates ha quasi novant’anni e continua a sfornare autentici capolavori. Paradossalmente il suo unico “difetto” è la prolificità: è una di quelle autrici a cui è difficile stare dietro. Vorresti leggere tutti i suoi libri, ma poi ci sono anche gli altri e così te ne perdi qualcuno. L’ultimo suo romanzo che avevo letto era stato il magnifico “Ho fatto la spia” e all’inizio di questo 2025 sono riuscito a raggiungerla con “Macellaio” (La Nave di Teseo, 2024, nella bellissima traduzione di Chiara Spaziani), in cui la coinvolgente spietatezza della scrittrice americana raggiunge un livello che penso sarà difficile uguagliare se non da lei stessa.
La trama, in breve
Il libro si presenta come una raccolta di testimonianze dirette dei protagonisti curate da Jonathan Weir, primogenito di Silas Aloysius Weir, che negli anni precedenti la Guerra civile americana ha diretto l’Istituto del New Jersey per malate di mente fondando la Gino-Psichiatria: una disciplina a cavallo tra chirurgia e psicologia che ha come oggetto la donna in quanto soggetto potenzialmente eversivo per l’ordine naturale della società governata dal maschio bianco e calvinista. Una disciplina a cui Silas Weir dedica tutta la sua vita utilizzando come cavie per i suoi atroci esperimenti le pazienti affidate alle sue strutture: così, se per il mondo accademico il dottore è un luminare, per le donne è il macellaio dalla mano rossa.
La sua storia è raccontata prevalentemente attraverso le allucinanti pagine del suo diario, sino a quando non viene presentata la contro narrazione di Brigit, una serva a contratto irlandese e sordomuta che da favorita di Weir ne diventa la principale antagonista riuscendo ad imporre la propria voce e la propria versione dei fatti e soprattutto a decidere il destino suo e di quello che è stato allo stesso tempo il suo salvatore e il suo padrone, come lei stessa scrive: “É vero, devo la mia vita a Silas Aloysius Weir. É altresì vero che Silas Aloysius Weir si è comportato come un macellaio di donne e ragazze. É una contraddizione irrisolvibile”.
Joyce Carol Oates ha realizzato un’opera di fiction condensando nel suo protagonista tre medici che hanno davvero operato in America nella seconda metà dell’Ottocento rendendo “Macellaio” un’opera notevole che va letta per almeno tre buoni motivi.
1. La voce senza vergogna del patriarcato
Praticamente tutto il libro è raccontato da Aloysius Weir, che con orgoglio rivendica il suo diritto di trattare le sue pazienti come oggetti a sua disposizione, totalmente disumanizzate e degne soltanto di servire il perverso disegno tra scienza e missione religiosa del medico.
Assumendo la voce del carnefice, Joyce Carol Oates riesce a demolirla dall’interno, a rendere evidenti il delirio di onnipotenza di un uomo misero, disprezzato e poco capace che riesce però ad affermarsi grazie alla sua posizione di privilegio e di potere. “Macellaio” racconta una sequenza di orrori con un perfetto utilizzo dell’humor nero che non solo rende il resoconto delle violenze sostenibile ma le spiega: le inquadra in un contesto e fa capire che Weir è sicuramente un mostro, ma la società che lo ha giustificato e osannato è ancora più mostruosa nel suo compiaciuto fanatismo che, purtroppo, è in parte ancora (e di nuovo) tra noi.
2. L’intersezionalità nuda e cruda
“Macellaio” è un romanzo radicalmente femminista. Ma è anche un romanzo radicalmente anti classista e anti razzista. Weir considera le donne inferiori. Ma le donne povere sono meno inferiori delle donne dell’alta società. Le seconde sono operate con l’anestesia, quando le tecniche sono sperimentate. Le prime sono mere cavie.
Le donne bianche sono trattate meglio delle donne nere e degli schiavi, ma se sono “serve a contratto” la linea del colore è davvero molto sottile. E se le donne sono irlandesi (e cattoliche) questa linea è quasi invisibile.
Joyce Carol Oates denuncia una struttura di rapporti di potere che non si limita al genere, dando al concetto di “intersezionalità” un aspetto finalmente cristallino capace di scuotere la coscienza di chi legge con la forza della narrazione.
3. La forza della voce che rompe il silenzio
Il cuore del romanzo è il capitolo in cui a prendere la parola è Brigit, l’orfana irlandese sordomuta che diventa l’ossessioe di Weir e che nella sua ombra matura una trasformazione che le fa conquistare l’emancipazione. Brigit scrive, e scrivendo riscatta se stessa e le sue compagne. Ma, ed è questo che rende la Oates una scrittrice unica, per emanciparsi Brigit deve esplorare sino in fondo anche le proprie contraddizioni, risolvere il suo rapporto inevitabilmente ambiguo con l’uomo che l’ha guarita per abusarne, che l’ha sottratta alla condizione più misera rendendola ancella dei suoi esperimenti. In Brigit risiede il contenuto profondamente morale di “Macellaio”: un romanzo duro come i migliori “true detective”, da leggere in apnea ma irradiato da una luce che apre al riscatto.



