Sono molto contenta perché in questi ultimi mesi mi è capitato di leggere alcuni dei libri più belli, se non di sempre, almeno degli ultimi anni. Uno è “Underground” di Haruki Murakami (Einaudi, 2014), poi c’è stato “Nonostante tutte” di Filippo Maria Battaglia (Einaudi, 2022) e ora ho terminato “Dall’inferno” (Minimum Fax, 2021) di Cosimo Argentina e Orso Tosco che entra dritto nella mia classifica personale.
Il libro è diviso in due “reportage letterari”, due racconti ambientati in due luoghi che rimandano bene l’idea dell’inferno: l’ex Ilva di Taranto e la Genova del crollo del ponte Morandi.
Due tematiche che, vivendo io a Genova, mi riguardano da vicino: oltre al Morandi, infatti, anche il ponente genovese ha dovuto convivere con un’acciaieria ex Ilva, ospite molto ingombrante e teatro di tante battaglie per coniugare lavoro, ambiente e salute.
Parlerò dei singoli racconti, caratterizzati entrambi da un ritmo molto veloce e dall’inferno dei due protagonisti, diversi ma simili perché costretti a vagare spaesati, ognuno a modo suo, in due scenari apocalittici. Uno scenario straniante in entrambe le letture. E poi simili anche in un dettaglio: l’estrema leggibilità e un ritmo che tiene letteralmente inchiodati alle pagine. Complimenti davvero.
“Umè” di Cosimo Argentina
Il protagonista di questo racconto (narrato in prima persona) si trova catapultato nell’acciaieria di Taranto. È il suo primo giorno di lavoro, è spaesato, e deve trovare un operaio che lo possa affiancare al decapaggio. Le prime scene, in uno spogliatoio, danno già il senso del taglio particolare del racconto: il protagonista è spettatore di un frenetico vorticare di parole dal marcato accento pugliese, corpi, azioni, nessuno bada a lui e ognuno bada a sé. Sullo sfondo, la fabbrica che si “mangia” letteralmente le vite degli operai e delle loro famiglie. Nei frammenti di discorsi, si capisce che un lavoratore è stato gravemente ferito: forse è rimasto cieco, forse è morto, tra la rassegnazione e la rabbia che monta.
Il protagonista non riesce a trovare lì l’operaio per il suo affiancamento, dunque esce in una notte buia caratterizzata da una pioggia incessante, dove non ha punti di riferimento in questa “città nella città” fuori dallo Stato e dalle sue leggi. Dunque si aggira, in un ritmo sempre più incalzante, e il suo disperato pellegrinaggio è una scusa per farci entrare nell’infernale acciaieria tra esplosioni, decapaggi, altiforni, colate, cokerie, puzza, scintille, vapori, laminatoi, edifici abbandonati, auto di servizio che non vanno mai, pozze putride di sostanze velenose. Sembrano davvero gironi danteschi, organi di un unico enorme mostro.
Accanto a lui, compaiono e scompaiono a ogni angolo i volti che abitano questa “Gotham city” dell’orrore: fantasmi, ombre, disillusi, quasi tutti malati o con malati in famiglia, lavoratori indefessi, ladri appostati in un angolo, ognuno racconta qualcosa della vita in acciaieria. Persone che grazie all’Ilva hanno trovato un lavoro ma che a causa dell’Ilva si sono ammalate. Figli di padri che hanno già vissuto questo inferno prima di loro, che si sono ammalati prima di loro, e che però lo hanno considerato un inevitabile compromesso per portare a casa uno stipendio, con uno Stato assente che protegge solo i padroni. Mentre il protagonista vaga alla ricerca della persona che lo possa aiutare, la tensione aumenta: l’acciaieria sembra non finire mai, nel frattempo montano le voci che parlano dell’ennesimo incidente sul lavoro e monta, di pari passo, la rabbia.
“Bestïn” di Orso Tosco
Ed eccoci catapultati a Genova, poche ore prima del crollo del ponte Morandi, un altro inferno, un altro “mostro” che trova spazio in quello disegnato sulla copertina del libro.
Questa volta il protagonista che finisce in questo girone è completamente diverso e il racconto – che ho trovato molto delicato, poetico e disincantato – riguarda il tema della malattia mentale.
Il protagonista, Orazio Lobo, è decisamente interessante e sembra uscito da una canzone di Fabrizio De André: dopo essersi risvegliato da un lungo coma è seguito dagli assistenti sociali e si è dato “il compito di valutare il peso delle parole presenti sul territorio”. Ci sono le lettere più pesanti, più leggere, quelle che sono come “rocce ingannevoli, piene di crateri e gallerie interne”, quelle che pesano “quanto un cappotto fradicio di pioggia”.
Durante le sue lunghe camminate senza meta, Orazio con un codice tutto suo valuta il peso imposto dalle parole all’area di “sua giurisdizione”, alla sua parte di Genova. Quando s’imbatte in un eccesso di parole che rischia di far perdere equilibrio alla città, le prende, le rimuove e le porta a casa sua, nel proprio appartamento vicino al Morandi, ormai zeppo di ritagli di giornali, pagine di libri, pezzi di manifesti. E, in compenso, cerca di riempire i vuoti della città con le sue, di parole, elencate in una nenia ai più incomprensibile, per lui alla base dell’equilibrio di tutto.
E quando crolla il ponte Morandi, Orazio (che ancora non lo sa ma dovrà lasciare la sua casa, il suo rifugio, con lettere, fogli e pagine radunati come può su una carriola), paralizzato dall’orrore, “si domanda che genere di parole possano aver causato un simile schianto, quale successione malevola di lettere disponga di un peso specifico così elevato”. A offrire una possibilità, nel mezzo della tragedia, sarà l’umanità di altri personaggi.



