Ed ecco, per concludere le nostre classifiche di fine anno, quella dei libri che ci sono piaciuti di più nel 2024. Un anno in cui siamo diventati lettori ancora più onnivori grazie anche alle case editrici, in particolare quelle indipendenti, capaci di proposte sempre più innovative.
È stato nuovamente un anno in cui abbiamo guardato molto all’estremo Oriente – anche a causa del nostro sempre crescente interesse culminato nel libro “Giappone in tutti i sensi” – ma non solo: abbiamo infatti provato a dare spunti legati all’attualità parlando di intelligenza artificiale, influencer, Olimpiadi, elezioni Usa e tanto altro.
Anche quest’anno abbiamo provato a interloquire con chi pubblica i libri, con chi li scrive e con chi li legge, con le fortunate rassegne organizzate con Unitre Arenzano Cogoleto e il Comune di Arenzano (“Asimmetrie”, “Libri in piazzetta” e l’ultima appena iniziata “Traduzioni) e con la nostra presenza alla Book Week e soprattutto al Book Pride di Genova in collaborazione con l’editore Erga, da cui è nato il nostro secondo libro, “Piccola mappa per viaggiatori letterari“.
Per il 2025 abbiamo molti progetti, ma intanto ecco i libri premiati da Tre Buoni Motivi per Leggere. Quelli di Simone e di Valentina.
(n.b.: questa classifica riguarda i libri che noi abbiamo letto nel 2024, ma non significa che siano stati pubblicati nel 2024).
Qui invece trovate le recensioni più lette dell’anno e i “must have” da leggere nel 2025.
La top 5 di Valentina

“Nonostante tutte” di Filippo Maria Battaglia (Einaudi, 2022)
Sono contenta perché apro la classifica non con uno, ma con ben due libri che non solo sono stati per me i migliori dell’anno, ma alcuni tra i migliori di sempre.
Iniziamo con “Nonostante tutte” di Filippo Maria Battaglia, edito da Einaudi nella collana “Unici” diretta da Dalia Oggero, editor tra gli altri di Michela Murgia che ho intervistato quest’anno per Today.it. “Unici” nasce per premiare esordienti che abbiano scritto qualcosa di davvero speciale, e “Nonostante tutte” – che ho finito da poco e dunque devo ancora recensirlo sul blog – lo è a tutti gli effetti. Una splendida sorpresa di fine anno: è la storia narrata in prima persona di una donna, Nina, vissuta tra il dopoguerra e i giorni nostri. La storia è inventata, ma le voci che la raccontano no: l’autore ha composto uno splendido “collage” con frammenti, diari, documenti di 119 donne diverse che hanno voluto lasciare la propria traccia nel mondo. Uno splendido ritratto composto da tanti ritratti che affrontano temi come l’infanzia, il trasferimento dalla campagna alla città, il lavoro, il matrimonio, la maternità, la depressione, la vecchiaia, l’importanza di scrivere e di lasciare una traccia come atto d’amore, e di contare le proprie cicatrici perché servono a ricordare.
Bello, bellissimo, si legge anche velocemente perché sono pagine composte da capitoli molto brevi, di pochi paragrafi l’uno che riescono a dare voce a decine di donne come se fossero parte di un’unica storia. Lo consiglio assolutamente.

“Underground” di Haruki Murakami (Einaudi, 2014)
Un altro dei libri più belli dell’anno e di sempre, la felice scoperta di un libro forse poco noto ma bellissimo (qui la recensione). Certo, il libro ormai è un po’ datato ma è un imperdibile spaccato della società giapponese e della sua mentalità. Non è narrativa, direi che è un libro dal taglio giornalistico: nel 1995 una setta religiosa di matrici buddhiste colpì il cuore di Tokyo spargendo gas nervino nella metropolitana, causando morti e migliaia di intossicati gravi. Molti anni dopo Murakami, per meglio comprendere quel che è accaduto e fare in qualche modo pace con il suo Giappone da cui era stato lontano per molto tempo, è riuscito a rintracciare decine di vittime e le ha intervistate. Sono interviste senza peli sulla lingua che ci restituiscono moltissimo della società giapponese: le vittime raccontano cosa stavano facendo, perché avevano preso la metropolitana quel giorno, qual era il loro contesto familiare, qual è stata la loro reazione quando si sono accorte che qualcosa non andava, come giudicano gli attentatori e la (im)preparazione delle autorità giapponesi.
Non solo, perché Murakami è riuscito a rintracciare anche alcuni degli appartenenti alla setta che organizzò l’attentato: anche da questi incontri sono scaturite interviste sorprendenti, senza peli sulla lingua, che mettono in luce le molte contraddizioni della società giapponese.
Non essendo narrativa forse è uno dei suoi lavori meno noti. Per me, una vera e propria rivelazione. Se amate il Giappone, da leggere senz’altro.

“Chouquette” di Émilie Frèche (LiberAria, 2022)
Dimenticatevi il film: “Chouquette” (qui la recensione) è un romanzo ambientato in un tempo sospeso, poco prima della crisi economica del 2008, quando se ne avvertiva già l’arrivo ma nessuno aveva voglia di crederci. Tanto meno le classi più agiate: e Chouquette, 64 anni, fa parte proprio di queste. Moglie di un uomo molto ricco che però di fatto l’ha lasciata, sembra l’unica a non essersi accorta della separazione e vive nell’illusione che tornerà da lei. Nel frattempo vive negli agi tra case a Saint-Tropez, ritocchi dal chirurgo estetico, amiche non troppo amiche, feste decisamente cringe, alcol e yacht di lusso. Gli ultimi fasti di una classe agiata sull’orlo del baratro.
Un imprevisto la porterà a doversi occupare del nipotino di 5 anni e, di conseguenza, a riscoprire il valore dei legami autentici e il potere salvifico dell’amore.

“Tenui bagliori” di Yamada Murasaki (Einaudi, 2024)
La collana “Stile libero Manga” di Einaudi ha sfoderato quest’anno una graphic novel molto bella: “Tenui bagliori” di Yamada Murasaki (qui la recensione), portata in Italia nel 2024 anche se si tratta di un’opera risalente agli anni Ottanta. E la sua forza sta nel descrivere, con la semplicità del manga, la condizione della donna giapponese in una società estremamente patriarcale.
La storia in 340 pagine circa (ma è un fumetto, dunque si legge molto velocemente) parla di Chiharu, casalinga, moglie e mamma di due bambine. La definisco così perché, nella società in cui vive, sono queste le parole che la definiscono. Prima della sua personalità, dei suoi desideri, delle sue ambizioni. Le due figlie stanno diventando grandi, il lavoro di accudimento sta per finire, il suo matrimonio si è spento da un pezzo e Chiharu dal marito è trattata come poco più di una serva: deve compiacerlo, badare alla casa e alle necessità di lui, rispondere alle aspettative, non fare domande. Anche perché, nel disinteresse generale, non riceverà risposte. Ma tutti i cambiamenti passano per una ribellione, che nel caso di Chiharu è il lavoro: ed ecco che qualcosa inizierà nuovamente a mettersi in moto nella sua vita.

“La vegetariana” di Han Kang (Adelphi, 2016)
Simone e io l’abbiamo letto entrambi all’inizio di quest’anno e condividiamo lo stesso giudizio: un libro molto crudo, ma bellissimo, sulla condizione della donna in Corea del Sud (qui la recensione). Nonché una delle opere che ha valso nel 2024 il Nobel per la Letteratura all’autrice Han Kang.
“La vegetariana” è un libro breve (meno di 200 pagine), suddiviso in tre parti che raccontano – dal punto di vista prima del marito, poi del cognato, infine della sorella – la vita di Yeong-hye dopo la sua scelta radicale di non mangiare più carne. Una decisione vista come un capriccio inspiegabile dalla famiglia, ma soprattutto una manifestazione di libero arbitrio inaccettabile in un mondo patriarcale a cui Yeong-hye non ha mai trovato il coraggio di opporsi.
Il primo a osservare questa trasformazione è il mediocre e insensibile marito, incapace di comprendere la scelta della donna. Quindi tocca al cognato, un artista visuale d’avanguardia che coinvolge Yeong-hye in una performance ai confini tra l’onirico e il pornografico. Nell’ultimo episodio il punto di vista è quello della sorella, che dopo aver scacciato il marito è l’unica persona che prova ancora a salvare Yeong-hye dalla sua spirale autodistruttiva. Ma si sta davvero autodistruggendo, la vegetariana, o il suo è un modo per ribellarsi e, in qualche modo, rinascere?
La top 5 di Simone
Quest’anno compilare il meglio dell’anno è veramente difficile: penso che sarò costretto a recuperare con qualche guida, che abbiamo visto avete apprezzato molto, all’inizio del 2025. Inoltre grazie a Valentina posso “risparmiarmi” di riproporre “La vegetariana” di Han Kang, che siamo contenti di aver “scoperto in anticipo” rispetto all’Accademia di Svezia.
Soprattutto nella non fiction la ricchezza di lavori di valore è sempre più ampia e ci sono libri difficilmente inquadrabili nei generi tradizionali che meriteranno sicuramente articoli di approfondimento.
Detto tutto questo ecco la mia top cinque.

“La città e le sue mura incerte” di Murakami Haruki (Einaudi, 2024)
Tanto atteso quanto amato, l’ultimo romanzo di Murakami (qui la recensione) è un’opera così densa che ci vorrebbe un saggio intero per ritornare sulle sue sfumature, i suoi labirinti narrativi, le sue tante tematiche, spesso difficili da vedere ma poi improvvisamente nitide grazie a qualche dettaglio che illumina la lettura e il pensiero.
“La città e le sue mura incerte” è un libro in cui ci sono molti misteri, molti enigmi e pochissime soluzioni, se lo leggiamo con l’occhio occidentale. Ma se proviamo a immedesimarci nella dimensione giapponese dello stile di Murakami, tutto assume un aspetto diverso, perché ci rendiamo conto che l’ansia di risolvere ogni problema, di avere una soluzione chiara per ogni quesito è, appunto un processo che genera di per sé stesso ansia.
Così quello che in Murakami può apparire irrisolto da un lato e malinconico dall’altro è, invece, una via – dō – della lettura, un invito a recuperare il senso cerimoniale di quell’atto così liberatorio del perdersi, e ritrovarsi, in una storia.

“Dolore e furore” di Sergio Luzzatto (Einaudi, 2023)
Di saggi storici di valore, per fortuna, ne ho letti molti anche quest’anno, ma “Dolore e furore. Una storia delle Brigate Rosse” di Sergio Luzzatto è un’opera che si candida ad avere un posto significativo non solo nella mia biblioteca ma, in generale, nella mia formazione culturale.
Non solo perché affronta la storia delle Brigate Rosse attraverso la parabola della Colonna genovese, utilizzando quindi la mia città come paradigma per restituire la realtà del Paese. Non solo perché sono stato, se pur per il breve spazio di un seminario, allievo di Sergio Luzzatto. Non solo perché è un libro intorno al quale si è sviluppato un dibattito profondo in cui non sono mancate le controversie. Non solo perché è scritto benissimo.
“Dolore e furore” è importante perché seguendo la vicenda di un uomo, Riccardo Dura, sicario di Guido Rossa, Sergio Luzzatto fa scaturire la grande storia dalla micro storia, quella che fanno le persone, con i loro tortuosi e troppo spesso trascurati percorsi.
Come ho già avuto modo di scrivere nella recensione, questa non è un’opera definitiva, perché nessuna può esserla, ma da cui non si potrà più prescindere per studiare ancora quel periodo cruciale della storia italiana.

“Piccole cose da nulla” di Claire Keegan (Einaudi, 2022)
Questo libro l’avevo regalato a Valentina in occasione del Natale 2022. Alla fine l’abbiamo letto alla fine del 2024 e lei lo ha recensito. Intanto era stato inserito nella classifica dei 100 libri più importanti dei primi 25 anni del XXI Secolo stilata dal New York Times. Forse è il libro più breve che appare in quella classifica. Non è un romanzo, ma un racconto lungo: un genere difficilissimo da praticare e in genere molto trascurato.
Ma, come diceva Joseph Conrad (uno che se intendeva abbastanza), “le gemme sono piccole”. E “Piccole cose da nulla” questo è: una gemma. Claire Keegan è riuscita in 90 pagine a esplodere un mondo, affrontando in modo più incisivo ed efficace di qualunque trattato le questioni di genere, di potere e di classe raccontando la storia di un uomo che dopo una vita nascosta e silenziosa decide di fare qualcosa di coraggioso e dirompente: aiutare un’altra persona sapendo che probabilmente questo gli porterà un sacco di guai.
Ma questi guai non vengono raccontati, perché quello che conta è la scelta che fa il protagonista restando indifferente alle conseguenze. Quello che conta è Bill Furlong, un personaggio che sta al XXI Secolo come un David Copperfield sta al XIX.

“La vita in pugno” di Rita Bullwinkell (Bollati Boringhieri, 2024)
Questo è stato un anno olimpico, e un anno in cui la boxe femminile è stata al centro di numerose e fragorose polemiche per il caso dell’atleta algerina Imane Kehlif. Poi, spenti i riflettori, il silenzio e gli imbarazzi sono sostanzialmente tornati a ricoprire un mondo che attira ancora molti pregiudizi, come accade sempre quando le donne si dedicano a “qualcosa da uomini”.
Anche per questo rischia di passare troppo inosservato uno stravolgente esordio narrativo come quello di Rita Bullwinkell che con “La vita in pugno” si propone come una delle voci più interessanti di una letteratura americana alla ricerca di nuovi talenti e nuove strade da percorrere.
Anche questo libro (qui la recensione) è una gemma breve: il racconto dei due giorni e degli otto incontri della “Coppa di Figlie d’America”, in cui si sfidano otto donne che mettono in gioco la loro storia, i loro sogni, la loro complessità. Rita Bullwinkell, giocando in modo magistrale con i livelli temporali del racconto, condensa in poche pagine otto romanzi di formazione, otto saghe, otto vite. Un’impresa perfettamente riuscita di una scrittrice da tenere d’occhio.

“Come ho ucciso Margaret Thatcher” di Anthony Cartwright (Alegre, 2024)
Che sia siano dovuti aspettare dodici anni per tradurre in italiano questo romanzo, nonostante altre opere dell’autore fossero già state pubblicate (meritoriamente, da 66thand2nd), la dice lunga su quanto ritardo debba colmare la cultura italiana del lavoro. Perché questo è “Come ho ucciso Margaret Thatcher” di Anthony Cartwright, un romanzo working class, senza alcun compromesso.
Siamo un paese dove si muore sul lavoro più che in qualunque altro in Europa, il Paese dove la precarietà del lavoro e il lavoro povero costringe donne e uomini a emigrare o a lottare quotidianamente per la propria dignità. Un Paese dove anche il lavoro culturale è pervaso dalle barriere di classe, come racconta benissimo Alberto Prunetti in “Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class”. E proprio Prunetti dirige la collana della casa editrice Alegre che a questa letteratura dà voce.
“Come ho ucciso Margareth Thatcher” (qui la recensione) è il grandissimo romanzo di un grande scrittore e anche se è ambientato in Inghilterra ci racconta esattamente il momento in cui i ricchi hanno dichiarato guerra ai poveri: gli anni ’80. Leggerlo fa male, ma fa anche venire voglia di reagire. E non solo non è poco, è quasi tutto.



