Il mistery “Strani disegni” di Uketsu, un misterioso autore giapponese che si nasconde dietro una maschera bianca che ricorda i Senza Volto de ‘La città incantata’ di Miyazaki, è uno dei libri del momento. Dopo aver venduto due milioni di copie in Giappone, è arrivato in Italia grazie a Einaudi nell’ottima traduzione di Stefano Lo Cigno, preceduto da una campagna social di grande impatto che ha sicuramente creato una notevole hype.
Un’operazione perfettamente riuscita, visto il successo che il libro sta avendo e il dibattito che si sta sviluppando: c’è chi parla di capolavoro, chi è entusiasta (la maggioranza), chi è perplesso. Si discute anche se l’operazione di Uketsu sia davvero così dirompente e innovativa in un panorama, quello del mistery, dove il rischio della ripetitività è sempre presente.
La particolarità di “Strani disegni” è quella di coinvolgere i lettori nella risoluzione di diversi enigmi condividendo con loro i principali indizi, ovvero una serie di disegni realizzati dai diversi protagonisti. Siamo quindi di fronte a un romanzo–gioco, in cui l’aspetto ludico ed enigmistico che contraddistingue il giallo classico viene associato a una trama a incastro attraversata da una atmosfera inquietante.
Uketsu, che oltre che scrittore è youtuber e autore di manga, conosce bene le logiche della transmedialità, il suo libro è sicuramente ben congegnato e personalmente ho trovato la lettura molto piacevole. Nello stesso tempo capisco chi avanza perplessità, che però riguardano di più i meccanismi di marketing che il romanzo in sé, che consiglio per tre motivi.
La trama è piuttosto semplice: cosa lega un blog le cui illustrazioni nascondono una scena spaventosa, lo scarabocchio di un bambino che contiene un oscuro messaggio e uno schizzo fatto dalla vittima di un omicidio nei suoi ultimi istanti di vita? A scoprirlo dovranno essere i lettori.
1. Un felice ritorno al giallo classico
Lo stesso Uketsu non fa mistero di ispirarsi a Ranpo, il più noto autore di gialli giapponese, e “Strani disegni” è a tutti gli effetti un ritorno al classico romanzo a enigma alla Agatha Christie o alla Conan Doyle. Non c’è un detective (indagano blogger e giornalisti improvvisati), ma la struttura è quella della ricostruzione della verità attraverso l’analisi degli indizi/disegni e il ragionamento. Nessuna rivoluzione, quindi, ma un grande piacere per il lettore. Perché se scrivere un giallo classico non è facile, “Strani disegni” funziona davvero molto bene e riporta il genere al suo obiettivo originario: divertire, stimolare la curiosità, avanzare una sfida.
2. Un’atmosfera di sottile e penetrante inquietudine
“Strani disegni” non fa paura, ma è perturbante e attraversato da una tensione permanente che produce quel meraviglioso e raro effetto che è la suspense. Uketsu scrive nello stesso modo in cui Hitchcock conduceva i suoi film: non succede mai niente di particolarmente efferato, ma si intuisce che anche dietro il gesto più normale dei personaggi può celarsi qualcosa di pauroso, ed è questo che tiene incollati alle pagine sino alla fine.
3. Contraddizioni e fratture della società giapponese
Nonostante l’aspetto prevalente di “Strani disegni” sia quello ludico, Uketsu utilizza il giallo per portare alla luce le stesse fratture della società giapponese che sono al centro del lavoro di autrici come Hiroko Oyamada ne “La buca” e “Donnole in soffitta” e Muraka Sayaka. I rapporti di potere e di sopraffazione all’interno della scuola, del mondo del lavoro e, soprattutto, della famiglia, sono il contesto da cui scaturiscono i crimini del romanzo. Uno dei motivi per cui il libro funziona è che fa emergere le contraddizioni della normalità: un elemento molto giapponese, ma che in questa società di violenza latente riguarda tutti noi e i nostri strani disegni.




