La collana “Workingclass” della casa editrice Alegre è di per sé un patrimonio inestimabile del panorama culturale italiano, ma quando permette di conoscere romanzi come “Teglie di rabbia” dello svedese Henrik Johansson (intensa traduzione di Andrea Berardini e postfazione di Alberto Prunetti, che della collana è il direttore) non possiamo che essere grati a chi è in grado di proporre libri che uniscono analisi e denuncia sociale e potenza narrativa: abbiamo bisogno di buon realismo, in letteratura, e qui siamo all’ottimo.
Di cosa parla “Teglie di rabbia”: la trama
La vicenda si svolge interamente dentro a un panificio industriale, dalle 18:05 di un lunedì alle 22:14 del martedì successivo. l’arco di tempo che racchiude due turni del reparto di formatura.
Qui lavorano Raya e Ivan, due giovani precari, lo scafato Roy e il novellino Adrian, anche lui interinale. Il loro capo è Werner, che è anche il patrigno di Raya e il marito di Jackie, anche lei dipendente dello stabilimento. É Raya ad alterare gli equilibri della fabbrica, proponendo di scioperare per i diritti dei lavoratori precari e postando una foto di solidarietà con i lavoratori di un’altra azienda che hanno appena vinto una lunga vertenza.
Così entrano in gioco John, il capo del sindacato e lo spietato direttore Shulse, innescando un conflitto fatto di ricatti, trappole, tradimenti. Da un turno all’altro, in un susseguirsi impetuoso di eventi e mentre si scatena una terribile tempesta che isola la fabbrica, tutti i protagonisti dovranno schierarsi e decidere il destino del proprio posto di lavoro e della propria anima.
Come in un altro romanzo svedese che abbiamo letto di recente – “Chiamo i miei fratelli” di Jonas Hassen Khemiri – il lettore è coinvolto in una storia che tiene con il fiato sospeso e trasmette il messaggio attraverso una trama impeccabile, da cui scaturiscono anche i tre buoni motivi per leggere “Teglie di rabbia”.
Tre buoni motivi per leggere “Teglie di rabbia”
1. Shakespeare alla catena di montaggio
Non a torto la quarta di copertina definisce “Teglie di rabbia” un romanzo dal taglio shakespeariano. La compressione dei fatti in un unico luogo pieno di angoli e nascondigli, i dialoghi drammatici e impeccabili, i dilemmi etici che si fanno parola e azione: tutto questo in una scrittura che non rallenta mai, portando anche il lettore nella stessa catena di montaggio dei protagonisti.
Legandoci alle pagine, Henrik Johansson riesce a farci vivere la tragedia di un mondo del lavoro dove le lotte di potere sono legate a stretto filo con quelle per la dignità, dentro uno stabilimento dove si fa il pane che compriamo ogni mattina, senza chiederci quanto costa davvero ogni filone. Perché il cuore di ogni tragedia è vedere quello che non ci volevano mostrare.
2. Il veleno del lavoro tossico
La genialità di “Teglie di rabbia” è nel trasformare la fabbrica in un luogo dei delitto. Durante il racconto compaiono diversi oggetti che possono uccidere, anche un coltello, e sappiamo che “quando in scena compare una pistola, prima della fine sparerà”, in questo caso ci domandiamo quale sarà la cosa che colpirà i protagonisti?
Mentre il veleno di un ambiente di lavoro tossico si inocula nelle persone, portandole al confine dei loro peggiori istinti o delle loro migliori virtù, tutto precipita verso un finale che si aspetta e si teme allo stesso tempo, perché si sa che succederà qualcosa di drammatico ma non si sa cosa. Proprio come la precarietà, che è una forma di paura che non ha mai fine e la paura più contemporanea che ci sia.
3. La scelta tra solidarietà ed egoismo
Molti conflitti si intrecciano nel panificio di Johansson: tra lavoratori vecchi e garantiti e tra giovani precari; tra le donne e gli uomini in un ambiente dove il machismo è molto forte; tra l’istinto di conservazione dell’individuo e la solidarietà tra oppressi; tra famiglia e compagni di lotta. I personaggi di “Teglie di rabbia” non sono buoni o cattivi ma sfumati come tutti noi, e a metterli gli uni contro gli altri è il meccanismo della produzione che sacrifica tutto all’efficienza e al profitto, facendo dell’egoismo un valore.
Ma all’homo homini lupus c’è un’alternativa e la domanda è solo chi sia disponibile a pagarne il prezzo. Raya o Werner? Jackie o Roy? Una cosa sola è certa: anche noi che leggiamo, dovremo fare la nostra scelta.



