Il 19 settembre di 40 anni fa moriva Italo Calvino, uno dei più importanti scrittori italiani del ‘900, sicuramente il più internazionale e conosciuto all’estero, come abbiamo constatato anche noi durante il nostro viaggio in Giappone.
E proprio oggi esce, per la splendida collana ‘Passaggi di dogana’ di Giulio Perrone Editore, “In Italia con Italo Calvino” di Marino Magliani e Alessandro Gianetti, che abbiamo avuto l’onore di presentare in anteprima durante la nostra rassegna ‘Libri in Piazzetta’. Un bellissimo viaggio nei luoghi in cui Italo Calvino ha vissuto e lavorato e un libro che esplora alcuni aspetti meno conosciuti di un narratore che continua ad essere studiato e, soprattutto, amato.
Di cosa parla
Ramon è un bracciante agricolo che lavora a Sanremo nelle terre del padre di Italo Calvino, famosissimo botanico, e osserva con invidia e fascinazione quel giovane che, pur avendo tutto, sembra guardare lui con interesse. Questo gioco di specchi crea un legame così forte da spingere Ramon a seguire le tracce dello scrittore.
Dai luoghi della sua Resistenza nell’entroterra del ponente ligure alla Torino einaudiana, dalla Toscana a Roma e quindi a Roccamare, dove l’autore è colpito da un ictus mentre sta preparando quelle che diventeranno “Le lezioni americane”, e Castiglione della Pescaia, dove viene sepolto dopo essere morto nell’ospedale di Siena. Ramon non incontra mai Calvino e non legge nemmeno tutti i suoi libri, non ne sarebbe in grado, mentre conduce una vita di vagabondaggi e lavori umili come quello di cavatore di ardesia a Triora: forse non è nemmeno una persona vera ma un personaggio che Calvino ha immaginato e non ha scritto.
‘In viaggio con Italo Calvino’ ha tre protagonisti: l’autore a cui è dedicato, Ramon e il paesaggio attraversato da entrambi, con il loro differente sguardo e la loro differente condizione di vita. È un libro in cui convivono la malinconia e la meraviglia e che mi è piaciuto per tre buoni motivi.
1. Lo sguardo unico di Italo Calvino
Magliani e Gianetti descrivono Calvino come uno scrittore che amava guardare senza essere visto. Una figura che rimaneva in disparte ma che tratteneva tutto per poi realizzare le sue storie o le sue avventure, come il Barone Rampante. Così sia il Calvino partigiano de ‘Il sentiero dei nidi di ragno’ esiste solo perché c’è il libro: senza quello, nessuno probabilmente avrebbe ricordato il partigiano Santiago.
Uno scrittore capace di concentrarsi su piccoli dettagli come la pancia di un geco in Palomar, il suo ultimo romanzo. Un uomo che amava i luoghi ritirati come Roccamare e il suo cimitero sulla collina di Castiglione della Pescaia dove, secondo Ramon, “è riuscito a starsene in alto persino da morto”.
Ed è proprio grazie a Ramon, felice invenzione di Magliani e Gianetti, che noi possiamo finalmente ricambiare lo sguardo di Calvino, vederlo: perché solo un personaggio può smascherare un autore.
2. Lo scrittore come vampiro
Di chi è davvero una storia? Del protagonista, o di chi la scrive? Chi è davvero uno scrittore: qualcuno che restituisce la realtà o qualcuno che la usa come semplice ispirazione? La risposta di Magliani e Gianetti, pensando a Calvino, è che la letteratura è la vita che cerchiamo quando la vita non basta.
Chi scrive è quindi un vampiro, che non può fare a meno di assorbire le vite degli altri e a cui la vita fa fatica a resistere, perché non c’è nulla di più avvolgente di una storia. Non sempre Ramon vuole bene a Calvino, anche se lo cerca per tutta la vita e non sempre Calvino è stato giusto con gli altri, anche con il suo maestro Cesare Pavese. Perché, prima di tutto, era umano, con le sue debolezze e le sue fragilità: “In Italia con Calvino” non è un’apologia, non crea un mito, ma ci restituisce la sensibilità umana che ha reso questo autore così importante.
3. Tra città e campagna, uno strano contrasto
A differenza di Calvino, Ramon torna a Sanremo, una città da cui lo scrittore si è sentito respinto o tradito. Con questo ritorno si chiude il cerchio di una storia che ha inizio in una Liguria di ponente aspra e contadina, a cui Italo ha voltato le spalle.
Ma l’inventore delle città invisibili è anche lo stesso che che nel poco conosciuto “La strada di San Giovanni” ha provato a ricucire il suo rapporto con un padre legato alla terra e con un paesaggio che si è sempre insinuato nella sua scrittura:“L’ardesia e la legna da ardere in fondo assomigliavano alla scrittura di Calvino. Una bisognava consumarla e trasformarla in calore, dell’altra scoprirne il senso dell’opaco”.
“L’Italia di Calvino” è una riscoperta delle radici attraverso la storia di una contraddizione, di una frattura in cui Magliani, anch’egli un imperiese figlio di contadini che ha scelto un’altra strada, e Gianetti trovano una nuova chiave di lettura di uno scrittore che non ci stancheremo mai di riscoprire.









