Mentre pensiamo ormai di sapere tutto di tutti, c’è un Paese che rimane ancora in gran parte impenetrabile, chiuso nel suo mistero (e no, non prenderei in considerazione i video molto “filtrati” che vediamo sui social): la Corea del Nord. Forse è proprio per questo che mi interessa così tanto leggere storie che provano a raccontarla, a illuminare almeno in parte la realtà di una dittatura che, prima con Kim Il-sung, poi con Kim Jong-il e infine con Kim Jong-un, ha costruito uno dei regimi più isolati e repressivi del mondo.
Avevo già letto “Pyongyang Blues” di Carla Vitantonio e “Fuga dal Campo 14” di Blaine Harden, entrambi libri che mi avevano affascinata moltissimo. Così, quando ho visto “Nulla da invidiare – Vite normali in Corea del Nord” di Barbara Demick, tradotto da Valentina Ricci e pubblicato da Iperborea lo scorso maggio, l’ho acquistato subito. Demick, scrittrice e giornalista americana, ha lavorato per il Los Angeles Times e collaborato con il New Yorker. Durante i suoi anni a Seul ha raccolto numerose testimonianze di profughi nordcoreani, intrecciandole in questo libro che le è valso il Baillie Gifford Prize ed è stato finalista al National Book Award.
La trama di “Nulla da invidiare”
La Corea del Nord è ancora oggi un Paese barricato, difficile da conoscere dall’esterno (chi ha visto su Netflix la versione proposta dal k-drama “Crash landing on you” ne sa qualcosa). Barbara Demick, durante il decennio trascorso a Seul, è riuscita però a gettare uno sguardo oltre il muro di propaganda di una dittatura che al mondo mostra soltanto le messinscene di benessere della capitale.
La realtà che emerge è molto diversa: condizioni di vita inimmaginabili, il terrore dei delatori, la repressione e, soprattutto, la terribile carestia degli anni Novanta, nel cruciale periodo di passaggio tra Kim Il-sung e Kim Jong-il.
Demick ha intervistato i sopravvissuti, facendosi raccontare la loro quotidianità in Corea del Nord. Ha raccolto le storie di chi aveva dubitato del regime fin dall’inizio, ma anche di chi gli era rimasto fedele per anni, fino a quando la realtà non ha reso impossibile continuare a crederci. Persone che hanno poi cercato rifugio in Corea del Sud, affrontando enormi rischi durante la fuga.
Tre buoni motivi per leggere “Nulla da invidiare”
1. Struggente come una testimonianza, coinvolgente come un romanzo
Demick è bravissima ad alternare le voci dei nordcoreani, costruendo una sorta di romanzo corale fatto di tante storie che si intrecciano.
Ci sono Mi-ran e Jun-sang, che di notte si tengono per mano tra le vie buie, sognando un amore impossibile a causa delle differenze di rango, e di giorno arrivano a progettare una fuga che non possono nemmeno confessarsi fino in fondo, per paura di essere denunciati. C’è la signora Song, lealissima al regime, costretta a seppellire il marito e il figlio e a inventarsi un’attività commerciale di fortuna per riuscire a sopravvivere e non essere costretta a nutrirsi soltanto di radici. C’è Kim Ji-eun, pediatra che assiste impotente agli orrori della fame e alla mancanza di medicinali e attrezzature, arrivando a usare bottiglie vuote per le flebo.
E ci sono tutti gli altri, cresciuti senza conoscere i progressi del resto del mondo e immersi in una propaganda che li aveva convinti di vivere meglio dei loro “vicini di casa”. Persuadendoli, come si cantava nelle scuole, di non avere “nulla da invidiare”.
La suspense è altissima e, per molti tratti, sembra davvero di trovarsi davanti a un romanzo distopico. Ed è proprio questo l’aspetto più sconvolgente: non è un romanzo. È stata, ed è, la realtà di moltissime persone.
2. La grande illusione
Il libro di Demick è anche un ottimo modo per ripercorrere la storia della Corea del Nord e capire come sia stato possibile che così tante persone credessero nel regime e nella dinastia dei Kim. Alcuni nordcoreani emigrati in Giappone arrivarono persino a scegliere volontariamente il rimpatrio, convinti dalle promesse di una vita migliore. L’illusione, però, si sarebbe infranta per molti di loro.
Anche tra i protagonisti intervistati da Demick, alla fine, i più convinti sono costretti a ricredersi. E nessuno, negli anni del relativo benessere, avrebbe potuto immaginare condizioni di vita così estreme come quelle della carestia degli anni Novanta. Morivano per strada persone che erano state benestanti. Si formavano gruppi di orfani abbandonati a loro stessi. Chi riusciva a sopravvivere cercava di mangiare qualsiasi cosa. Letteralmente, qualsiasi cosa.
È un passaggio che mi ha colpita particolarmente perché parliamo degli anni Novanta. Mentre io ero qui, andavo alle scuole elementari, suonavo il pianoforte e giocavo con il Game Boy, dall’altra parte del mondo c’erano bambini che vivevano in una società che, almeno all’inizio, sembrava promettente per le loro famiglie e che invece sono morti di fame. La distanza temporale sembra minima. La distanza tra quelle due realtà, invece, è abissale.
3. La fede cieca e il mondo nuovo
Che ne è dei protagonisti di questo libro? Dopo anni trascorsi all’ombra di un potere assoluto, venerando un leader divinizzato e vivendo secondo regole imposte dall’alto, sono fuggiti in Corea del Sud e hanno dovuto imparare ad adattarsi alla democrazia, alla libertà e a un mondo completamente nuovo.
Esiste un programma speciale per aiutare i profughi nordcoreani a inserirsi nella società sudcoreana, ma dalle storie raccontate da Demick emerge quanto questo percorso possa essere difficile. Dopo aver vissuto per anni in una società in cui ogni aspetto della propria esistenza era regolato e controllato, trovarsi improvvisamente liberi di scegliere può essere tutt’altro che semplice. Per molti dei protagonisti significa ritrovarsi “soli” di fronte a un destino che gioca con regole diverse, catapultati in un mondo pieno di possibilità (e di insidie) senza avere gli strumenti per orientarsi.



