Mi è capitato per caso di assistere alle polemiche che, la settimana scorsa, hanno contraddistinto il Festival di Sanremo proprio mentre leggevo il bellissimo libro fresco di stampa “Ma i disabili fanno sesso? 100 risposte a 100 domande difficili” (Il Margine, 2025) di Iacopo Melio, attivista per i diritti umani e civili.
Premessa: sono una giornalista e per lavoro mi capita di scrivere anche di disabilità; dunque mi interessa molto capire se il mio modo di raccontarla è corretto e, nel caso, come correggere il tiro. È vero infatti che le parole sono plasmate in qualche modo dalla classe dominante (in genere costituita da uomini bianchi cisgender e cosiddetti “normodotati”) e nel loro utilizzo quotidiano, in assoluta buona fede, a volte non ci soffermiamo a pensare troppo. Oppure, a furia di pensarci troppo ma con una chiave di lettura errata, rischiamo di cadere in qualche strafalcione dettato da un politicamente corretto inutile e dannoso.
Delle parole e della loro importanza per cambiare il nostro punto di vista e il modo in cui ci approcciamo ai vari temi ne parla, tra l’altro, anche Vera Gheno nel suo ottimo “Grammamanti” (Einaudi, 2024) che consiglio.
Le polemiche al Festival di Sanremo
L’argomento è complesso e delicato, ma uno spunto per riflettere è arrivato, combinazione, dal Festival di Sanremo: sono rimasta perplessa – e a quanto pare non solo io, almeno a guardare i social il giorno dopo – a sentire come si è parlato sia del Teatro Patologico sia di Sammy Basso.
Un misto tra abilismo, “inspiration porn”, compassione a tratti infarcita da luoghi comuni e infantilizzazioni che riducono l’intera essenza di una persona alla sua condizione di disabilità. Di chi ha parlato di questi argomenti sul palco dell’Ariston, Carlo Conti in primis, va detto che sicuramente era in buona fede. Ma, come dice anche Melio nel suo libro, non basta: i media (e noi giornalisti) devono davvero impegnarsi di più per cambiare il modo in cui proponiamo certe narrazioni.
Tre buoni motivi per leggere “Ma i disabili fanno sesso?”
Torniamo al libro, che mi ha reso ancora più evidenti le “stonature” di Sanremo, e non parlo delle canzoni. Ecco perché mi è piaciuto e lo consiglio:
1 Perché sono davvero 100 domande (con le 100 risposte dell’autore) che a volte vorremmo fare ma non facciamo, a cui pensiamo di avere già la risposta, a cui spesso nemmeno pensiamo. Con ironia e sensibilità, Melio ci parla di sessualità (un argomento ancora molto tabù), inclusione, discriminazione, politicamente corretto, barriere, stereotipi, pregiudizi e luoghi comuni. A volte termine per termine: si imparerà perché non è corretto dire “costretto in carrozzina” e perché, qual è la differenza tra accessibilità e inclusione, cos’è l’abilismo, cos’è la discriminazione al contrario. Ma si parlerà anche del “dopo di noi”, dei “Peba”, dell’universal design e di tanti altri temi.
Insomma, un vero e proprio “manuale dell’inclusione” da tenere a portata di mano e da consultare quando si è in dubbio, ogni capitolo con il suo approfondimento. A mio parere, un libro che dovrebbe essere letto nelle scuole (e anche da moltissimi adulti che fanno ancora fatica a cambiare il loro punto di vista).
2 Personalmente mi è sembrata una scelta molto intelligente dedicare due sezioni a “Cose che sembrano giuste ma in realtà sono sbagliate” (e qui entra di diritto quello che abbiamo visto sul palco del Festival), e “Come faccio a…?” tratta direttamente da tutte le domande che Melio e non solo riceve.
Capiremo perché non basta un gioco accessibile per definire un parco inclusivo, perché le giornate dedicate alla disabilità sono sbagliate, perché molti film e serie tv sulla disabilità sono sbagliati (ma l’autore promuove a pieni voti “Sex Education” che è anche una delle mie serie preferite, evviva!).
E poi nella seconda sezione Melio spiega passo per passo – rispondendo alle domande poste più in buona fede – come fare a interagire correttamente con una persona con disabilità in svariate situazioni.
3 È molto leggibile e, nonostante le sue 240 pagine, si legge davvero molto velocemente perché i capitoli sono brevi, schematici, la scrittura ha un buon ritmo e il linguaggio è molto colloquiale e ironico.
Non ho mica finito qui!
Se quello della disabilità è un tema che vorreste conoscere meglio ho anche altri consigli: oltre a “Ma i disabili fanno sesso?” negli anni ho apprezzato molto “Da grande farò il fermaporta” di Francesco Poggio, “Peccato, io non sono sorda!” e “Parlami, non ti sento” di Tiziana Cecchinelli, ospite della nostra rassegna letteraria “Traduzioni” ad Arenzano.
Il primo è scritto da un “sibling“, ovvero dal fratello di una persona con disabilità, e racconta con delicatezza e molta ironia la vita quotidiana ma anche tutti gli stereotipi e i luoghi comuni che ruotano intorno al tema.
Il secondo e il terzo sono scritti dall’autrice, figlia udente di due genitori sordi e, per questo, cresciuta tra due mondi: quello del silenzio e della lingua dei segni, a casa, e quello dei suoni fuori. Tra risate e momenti amari, l’autrice racconta la sua storia e smonta un sacco di pregiudizi: grazie, Tiziana, anche per essere stata nostra ospite e aver risposto con semplicità e chiarezza a tutte – ma proprio tutte – le domande del pubblico.



